La Tenerezza dell’Educazione Sostenibile

«Che si avverino i loro desideri, che possano crederci, e che possano ridere delle loro passioni. Infatti ciò che chiamiamo passione in realtà non è energia spirituale, ma solo attrito tra l’animo e il mondo esterno. E soprattutto che possano credere in se stessi… e che diventino indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza, ciò che si è irrigidito non vincerà…»
(dal film Stalker, di Andrej Arsenevič Tarkovskij, 1979)

“Un intellettuale e uno scienziato, rispettivamente chiamati “Scrittore” e “Professore” per tutta la durata del film, si avventurano nella “Zona”, un territorio rurale desolato e in rovina dove le normali leggi fisiche sono state stravolte per cause ignote. Isolata da un cordone di sicurezza governativo, in cui tuttavia gli stessi militari non osano spingersi, si vocifera che essa contenga una stanza in cui si possono avverare i «desideri più intimi e segreti»: è questo il luogo che i due uomini vogliono raggiungere. Per affrontare il viaggio con qualche sicurezza, i due ingaggiano uno “Stalker”, una guida illegale esperta del territorio.” (da Wikipedia)

Ho rivisto “Stalker“, ho sfogliato nuovamente, dopo diversi anni,  Scolpire il tempo” e, senza una particolare consapevolezza, ho unito due puntini, due grandi amori della mia vita, il Cinema e l’Educazione. Poi ho provato a dare un senso a questa connessione ed è emerso quanto state per leggere.

Chi fa il mio mestiere non può non amare Stalker. Immagine dopo immagine, ci accompagna verso la “Zona” in cui “le leggi fisiche” che hanno guidato la nostra esistenza fino ad allora vengono stravolte e dove, finalmente, possiamo dare forma al più grande atto di libertà che l’essere umano possa compiere: scegliere.

È un obiettivo alto quello dell’Educazione Sostenibile: vestire i panni di uno “Stalker illegale” (che viola le leggi dell’educazione deterministica) e facilitare il cammino che conduce alla “Zona”.

«Mi hanno sovente domandato cos’è la Zona, che cosa simboleggia, ed hanno avanzato le interpretazioni più impensabili. Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero »
(dal libro “Scolpire il tempo” di Andrej Tarkovskij, Milano, UBU Libri, 1988, pag. 178)

L’Educazione Sostenibile è una serie di momenti ricorsivi di un più grande processo circolare di apprendimento che restituisce la capacità (metodo e cognizione) di compiere delle scelte autonome.

Ciò che scegliamo di diventare non sempre corrisponde a ciò che vogliamo diventare perché “quello che succede non dipende dalla “Zona”, dipende da noi”, da ciò che abbiamo scelto di essere nella nostra vita.

L‘imprevedibilità dell’esistente ci mette alla prova passo dopo passo. Siamo responsabili delle strade che imbocchiamo e dei compagni di viaggio a cui ci affidiamo, dimenticandoci spesso delle conseguenze di tali scelte.

Stalker, mentori, guru o semplici suggeritori si appropriano delle nostre conversazioni generando un overload quotidiano di informazioni. Non solo sulle piattaforme digitali, ma anche negli spazi “analogici” della nostra quotidianità: la chiacchiera al bar, la conversazione in ufficio, lo scambio di pareri fuori da scuola.
L’uso di locuzioni improprie (“voci di corridoio dicono che…”) e il diffondersi delle fake news rendono dote sempre più rara il saper discernere il vero dal falso, la propaganda dall’informazione.

Di fronte a tale scenario, qual è la nostra responsabilità?

Preferiamo vestire i panni de “Lo Scrittore” che se ne frega dell’umanità, (“di tutta la sua umanità m’interessa solamente una persona, Io! O valgo qualcosa o sono anch’io una merda come tanti altri”) o de “Il Professore” che vuole distruggere la Zona in nome della scienza deterministica che non contempla l’imprevedibilità e l’errore e impone verità assolute che solo un Dio (se un Dio esistesse!) potrebbe arrogarsi il diritto di imporre?
Soluzioni facili entrambe che negano la complessità dell’esistente e trovano espedienti semplicistici e incompleti a richieste affamate di ingegno e conoscenza.

La consapevolezza della “Zona” è la scelta responsabile. 

La consapevolezza della “Zona” è fame di conoscenza, è un punto di arrivo e punto di partenza. È un processo (non necessariamente interiore) che ciascuno di noi ha il dovere di innescare se vuole definirsi pensiero attivo della società, a prescindere dal ruolo che si sceglie di rivestire.
Per noi formatori, educatori, facilitatori è anche un dovere deontologico ed epistemologico che ci rivela non solo strumenti e metodologie efficaci, ma anche uno “stato della mente” pronto ad aprirsi all’empatia verso l’altro.

L’Educazione Sostenibile indaga la “Zona” e sceglie il livello di profondità a cui addentrarsi dopo aver compreso e annoverato il contesto.

L’Educazione Sostenibile sostiene la co-creazione di strategie cognitive e pratiche condivise per gestire e manovrare le sfide che la cultura digitale lancia all’umanità e al mondo del lavoro in particolare. 

Il lavoro è cambiato non solo in termini di conoscenze, ma anche di ecosistema: l’inarrestabile evoluzione degli scenari digitali ci mette di fronte a un grado di prevedibilità molto basso e richiede personalità e professionalità che sappiano rispondere agli esiti dei cambiamenti in termini risolutivi e propositivi.
La Scuola, le Università e il mondo della Formazione in generale contemplano la transizione piuttosto che governarla e arrancano dietro scarne e inconsistenti definizioni piuttosto che responsabilizzarsi e responsabilizzare su una leadership digitale dall’identità chiara e dai valori positivi.

Dal Contenuto alla riformulazione del Significato

Questo obiettivo didattico non esclude il contenuto (come spesso avviene nelle metodologie più estreme) ma parte dal contenuto per facilitare non solo la comprensione del significato profondo di ciò si fa, ma anche l’applicazione e la capacità di riformulazione di senso. Ci connette l’un l’altro empaticamente, e in modo diretto con il contesto di riferimento. Si restituisce valore alle dinamiche resilienti, si attivano i processi di problem solving creativo, ci si fa carico di rischi decisionali anche fuori dall’ordinario.

Memento audere semper!

Mettiamo l’essere umano al centro, dotiamoci di strumenti transdisciplinari e facilitiamo la nascita dei processi di co-progettazione che superino l’idea di condivisione di asset e conoscenze per generare un valore più grande: la conoscenza co-creata.
Facciamo sì che l’apprendimento sia un’esperienza sociale, culturale ed emotiva, che favorisca la negoziazione di un sapere condiviso, a prescindere dal genere, religione, razza, attitudini e saperi pregressi. Usiamo la tecnologia e impariamo a vivere!

“Imparare a vivere richiede non solo conoscenze, ma la trasformazione, nel proprio essere mentale, della conoscenza acquisita in sapienza e l’incorporazione di questa sapienza per la propria vita”. (“La testa ben fatta, Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero nel tempo della globalizzazione” di Edgar Morin, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000)

Educazione e tecnologia

La tecnologia (“tékhne-loghìa”, “discorso (o ragionamento) sull’arte“) è un’alleata strategica dell’Educazione Sostenibile.

La consapevolezza della “Zona” interagisce con la tecnologia in un rapporto di reciprocità che si fa atto necessario alla diffusione e all’attuazione della cultura dell’innovazione sociale. Tale relazione è uno strumento potente nelle mani delle Teste ben fatte. Facilita la costruzione di percorsi di apprendimento autonomi e sociali e mette a fuoco le dinamiche risolutive in grado di riformulare le risposte alle sfide sociali.

Scoprire la tenerezza dell’Educazione Sostenibile è percepire “la freschezza dell’esistenza”, è un privilegio e un invito aperto a tutti coloro che sceglieranno di mettersi in cammino alla ricerca di nuove sfide in grado di amplificare l'”attrito tra l’animo e il mondo esterno”. 

 

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LEGO® Serious Play®, una metodologia per la complessità.


Sapremmo assai di più della complessità della vita se ci fossimo applicati
a studiare con determinazione le sue contraddizioni,
invece di perdere tanto tempo con le identità e le coerenze,
le quali hanno il dovere di spiegarsi da sole.
(José Saramago , La caverna, 2001)

Futurisers – People: la co-progettazione di futuri desiderabili

La “casualità” di certi incontri nasce, seppur indirettamente, dal disegno di qualcun altro. E tali incontri generano connessioni, che noi stessi crediamo casuali, ma che in realtà sono parte di quella macro-progettazione alla quale autonomamente e forse inconsapevolmente avevamo già scelto di partecipare.
È il passaggio naturale dal Self al People che io ho vissuto sulla mia pelle nella Tixe Academy, l’ecosistema di apprendimento di Open Hub.

Tixe Academy ha da poco rilasciato il format libero FUTURISERS, uno spazio di riflessione individuale e collettiva che coinvolge i grandi temi dell’innovazione sociale e che fornisce e costruisce strumenti e conoscenze con i quali affrontare la complessità dell’ecosistema in cui scegliamo di vivere.
Sette giornate di intenso scambio filosofico, sociologico, organizzativo sul tema del futuro e del cambiamento arricchito da laboratori esperienziali tra cui anche LEGO® Serious Play®.

In questa occasione di confronto, dialogo e reciproco apprendimento per la co-progettazione di futuri desiderabili ho ritrovato un inizio e un finale (rigorosamente aperto) per alcune riflessioni che mi ero precedentemente posta sui doveri e sull’etica dei processi di apprendimento nella complessità della società iperconnessa.
Queste riflessioni che voglio oggi condividere nascono dalla mia partecipazione al modulo FUTURISERS People – competenze integrate per la valorizzazione e la gestione dell’intelligenza connettiva.

La complessità dei sistemi

Il laboratorio LEGO® Serious Play® è stato preceduto – e anche inconsapevolmente introdotto (gli effetti sorprendenti delle connessioni “casuali” che Marco Serra è in grado di generare) – dall’intervento di Maurizio Musolino, Clinical Risk Manager e rappresentante dell’Associazione Dedalo ‘97.
Maurizio ci ha trasportato dentro la complessità dei sistemi.

Spesso confondiamo complessità e complicatezza. I sistemi complicati sono determinati dal principio di certezza e linearità.

La realtà, invece, è piuttosto complessa e ha forti caratteri di incertezza. Tuttavia sono sufficienti poche e semplici regole per governare un’organizzazione complessa.

Basti pensare al comportamento collettivo autorganizzato degli uccelli negli stormi, i quali, per il semplice bisogno di sopravvivenza (obiettivo comune) volano nella stessa direzione, stando attenti a non urtarsi reciprocamente, mantenendo così una sorta di “distanza di sicurezza collettiva” (regola semplice e condivisa). Ogni uccello è quindi un nodo di una complessa struttura reticolare.

Tutti noi siamo nodi di una complessa rete di fenomeni interconnessi ed interdipendenti tra loro, collegati e governati spesso da principi organizzativi molto semplici. Siamo reti “piccolo-mondo”, caratterizzate da un basso grado di separazione in cui ciascun cluster è unito all’altro da legami deboli. Questo avviene tutte le volte che si interconnettono elementi intelligenti in sistemi estesi.

L’evoluzione di un sistema complesso tuttavia per sua natura non è prevedibile e in un simil contesto la fede nell’ordine assoluto dell’universo e nel determinismo non può trovare spazio perché esclude l’incertezza e l’errore.

Questa instabilità produce continui processi di trasformazione sociale che devono integrare nuove logiche di pensiero capaci di reagire, attraverso l’apprendimento continuo, alla loro stessa mutazione e continuare a generare conoscenza.

Il metodo: paradigmi teorici e strumenti di lettura e di azione.

Considerato che il paradigma classico di cartesiana memoria non è più in grado di leggere gli ecosistemi del terzo millennio (o forse in grado non lo è mai stato) come ci si può oggi approcciare alla conoscenza? Si può parlare ancora di metodo?

Io, che del metodo ho fatto il cardine della mia identità professionale, non posso non continuare a pormi dubbi e a sperimentare processi in grado di governare l’incertezza di fronte allo scenario mutevole della formazione e dell’educazione.

Il metodo deve per prima cosa spogliarsi della presunzione di poter prevedere e spiegare tutto, recuperare un approccio sistemico per diventare uno strumento di lettura della complessità e delle emergences, ovvero della successiva comparsa di elementi e fattori imprevedibili.

La realtà e l’umanità sono un un insieme di sistemi cognitivi interdipendenti che vivono in contesti estremamente differenti “tenuti in vita” dall’interazione degli elementi. Non è possibile conoscerli singolarmente senza conoscere il tutto perché il tutto è nella parte e la parte è nel tutto, come ben definito dal principio ologrammatico di E. Morin. È un processo ricorsivo in cui “i prodotti e gli effetti sono contemporaneamente cause e produttori di ciò che li produce”.

L’idea del ricorsivo è dunque un’idea di rottura con l’idea lineare di causa/effetto. Gli individui generano la società e la società genera gli individui mantenendo la dualità in seno all’unità e associando concetti e idee complementari e antagoniste.

Il metodo deve porsi quindi in ottica di multidimensionalità e interdisciplinarietà, non può aspirare a un sapere totale ma deve inglobare incertezza e incompletezza e fornire strumenti in grado di mettere in atto i principi dell’autorganizzazione e abilitare il sistema aperto di intelligenza connettiva, ovvero la sinergia generata dalla moltiplicazione delle intelligenze messe in connessione.

Il metodo, i suoi spazi di azione e la metodologia LEGO® Serious Play®

Derrick de Kerckhove considera la Rete il luogo che ha portato la connettività alla collettività, il luogo dove l’insieme delle singole intelligenze (intelligenza collettiva), mettendosi in relazione tra di loro aumentano la loro portata cognitiva e sperimentano nuove e creative pratiche di risoluzione di problemi. È un sistema aperto, ipertestuale che mette in sinergia competenze, apprendimenti e conoscenze e dove trova la sua massima espressione la più grande risorsa dell’umanità, l’intelligenza appunto.

Esistono altri spazi dove il metodo, interpretando i sistemi complessi può attivare dinamiche partecipative e generare apprendimento cooperativo?

Sì! Uno dei tanti possibili spazi è un workshop LEGO® Serious Play® (LSP).

LSP è già di per sé una metodologia complessa governata da piccole e semplici regole (che trovano la loro base scientifica nelle teorie costruzioniste e nelle neuroscienze) ed è una delle possibili applicazioni del metodo.

Se il metodo deve garantire alle persone la comprensione del significato profondo di ciò che fanno, la capacità di entrare inempatia con gli altri e di adattarsi al cambiamento, le metodologie devono fornire strumenti pratici per definire e co-costruire soluzioni creative anche fuori dall’ordinario.

La metodologia LSP, nello specifico, mette in atto tutta una serie di tecniche su un campo di gioco paritario la cui complessità è ben rappresentata nella sua tangibilità e concretezza dai modelli LEGO tridimensionali che rivelano esplicitamente la natura delle interconnessioni e delle relazioni multiple altrimenti difficili da visualizzare.

AT 5 e AT 6: comprendere e gestire le emergences

Nello specifico le Application Technique 5 e 6 (AT 5 e AT 6) della metodologia LSP consentono di facilitare proprio il grande landscape generato progressivamente dai modellini che, costruzione dopo costruzione, connessione dopo connessione, co-evolvono secondo relazioni non lineari in sistemi complessi e adattivi orientati alle emergences.
Le emergences, a differenza delle emergenze, sono eventi dinamici imprevedibili che possono impattare sul sistema real time o aver impattato in passato e portarlo a reagire di volta in volta attraverso successive costruzioni di possibili soluzioni.
Si può verificare, infatti, che connessioni multiple (dirette e indirette), sia tra i modelli che tra le connessioni stesse, vengano messe sotto stress dalla variazione di posizione dei modelli stessi o dall’intervento di successivi agenti (elementi positivi o negativi, esterni o interni che intervengono sul sistema).

Può altre volte accadere che la rete generata dall’intreccio di connessioni e modelli renda impossibile immaginare l’impatto delle emergences e l’effetto a cascata di un cambiamento nel paesaggio. In tal caso l’intervento del gruppo con un’azione fisica sul sistema stesso (la costruzione e ricostruzione di successivi modelli e connessioni) può innescare tutta una serie di dinamiche di problem solving e decision making collettivo.

In altre parole la costruzione brick by brick di un sistema complesso, le sue possibili implicazioni e le sfide che rivela forniscono proficui insight per la definizione di strategie decisionali future o real time. 

L’interdipendenza positiva

A questo livello più avanzato del workshop (solo dopo l’applicazione delle precedenti tecniche propedeutiche) si manifestano le dinamiche di interdipendenza positiva che Angela Spinelli, formatrice e ricercatrice di Social Hub, ha ben esplicitato durante la giornata di FUTURISERS. Il suo intervento (anche in questo caso, inconsapevolmente, potere delle connessioni di Marco Serra), ha chiuso il cerchio del discorso iniziato da Maurizio Musolino e portato avanti dal mio laboratorio.

L’interdipendenza positiva è un aspetto fondamentale dell’apprendimento cooperativo e si innesca nel momento in cui le persone percepiscono di essere connesse le une alle altre per il raggiungimento di un obiettivo comune. Riesce il singolo solo se riesce il gruppo e non rimane altro che coordinare i propri sforzi, compiti, strumenti e informazioni: piccole e chiare regole condivise.

L’interdipendenza positiva, come sottolineava Angela Spinelli, è quella dinamica che può consentire il passaggio dal Self al People, non è quindi un prerequisito, ma un obiettivo da raggiungere per la gestione della complessità.

Il cambiamento di mindset delle strategie didattiche

Il metodo diventa a questo punto sempre più determinante non solo con l’attuazione di specifiche metodologie (tra cui LSP) ma anche come modello teorico interpretativo in grado di agire sul cambiamento di mindset in ottica culturale e in particolar modo nell’orizzonte delle strategie didattiche.
La complessità non può quindi non avere anche una sua connotazione pedagogica che una scuola moderna ha il dovere di integrare nella propria didattica.

La didattica della complessità non interviene sui contenuti, ma sul metodo. Fornisce più chiavi di lettura, non demonizza l’errore, accoglie l’incertezza e la integra nelle strategie di risoluzione dei problemi. Non è solo multi-disciplinare ma legge i fenomeni in maniera inter-disciplinare, lavora per processi, prova a stabilire relazioni tra i diversi temi e a strutturare le informazioni in maniera reticolare, valorizzando la costruzione autonoma dei processi di apprendimento. Questa didattica della complessità può garantire il passaggio dal Self al People e farsi portavoce di un’etica di pace, responsabilità, solidarietà e accoglienza.

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Affidarsi ciecamente alla metodologia: la mia esperienza di facilitatrice Lego® Serious Play® con una partecipante non vedente.

Ogni uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo.
(Arthur Schopenhauer)

Quante volte avete chiuso gli occhi per poter vedere i vostri pensieri?

E quante volte, durante un workshop LEGO® Serious Play®, mi sono ritrovata a dire: “Provate a chiudere gli occhi, mettete le mani sui mattoncini e visualizzate quella volta in cui…”

Talmente tante volte che quando Linda Serra, CEO di Work Wide Women*, mi ha comunicato che ci sarebbe stata una persona non vedente al WWW Lab, con molta serenità le ho detto: “Prenderò giusto qualche accorgimento sugli spazi e sui tempi, ma per il resto non ci sarà alcuna complicazione”.  Le ho risposto di getto senza pensarci neanche un secondo, eppure fino ad allora non avevo mai avuto un partecipante non vedente ai miei workshop. Sono stata presuntuosa, penserete. E invece no, mi sono ciecamente (concedetemi il gioco di parole) affidata alla metodologia LEGO® Serious Play®.

Ma andiamo con ordine. Il 19 maggio Work Wide Women ha organizzato a Bologna il WWW Lab, una piacevole e intensa giornata di confronto professionale e formativo dedicata ad HR manager che si occupano di diversity e inclusione. Tra i temi affrontati, la motivazione al cambiamento della sempre ottima trainer e storyteller Francesca Sanzo e la maternità come arricchimento dei team di lavoro, intervento di Stefania Padoa, formatrice e coach, che supporta le lavoratrici e le aziende nel pre e post maternity leave.
E a chiudere i giochi, un gioco serio: LEGO® Serious Play® come strumento di facilitazione per il diversity management. Il racconto della giornata lo trovate qui.

Quando è arrivato il momento del mio workshop, il primo accorgimento che ho avuto è stato quello di allestire la sala affinché il passaggio dal tavolo di gioco al tavolo dei materiali non prevedesse alcun ostacolo. Infine ho sistemato i materiali nelle solite scatole con tutti i mattoncini suddivisi per tipologia.
Su questo ci sono diverse scuole di pensiero.
Io appartengo a quella “maniacale” che prevede piccole scatole a scomparti separati per i pezzi piccoli e medi e altre scatole singole per quelli più grandi.
Ritengo che una visualizzazione ordinata e “per tipologia” inneschi una prima relazione tra il mattoncino e il partecipante.
Questo primo contatto non può che avvenire attraverso la vista.

E qui, secondo me,
ho commesso il secondo errore (al primo ci arrivo a breve): quando la relazione non può che stabilirsi attraverso il tatto e il tempo a disposizione è poco, non c’è altra soluzione che tuffare le braccia in un mare di mattoncini (anche su più grandi scatole) e far sì che le mani inizino da quel momento a costruire conoscenza selezionando e scartando al primo tocco. In questo modo si riesce a garantire l’accessibilità a tutto il materiale e si livella da subito il campo da gioco.
Il mio solito allestimento, in questo specifico caso, non è stato in grado, a mio avviso, di offrire la giusta accoglienza alla partecipante non vedente.

Naturalmente l’impasse si è verificato solo dopo la fase di warm up che ha visto invece tutti i partecipanti costruire individualmente al tavolo i propri modelli, ciascuno con la propria bustina di LEGO®. Qui ho commesso invece il primo errore, quello sulla gestione dei tempi che sono riuscita a rimediare apportando un taglio (seppur non significativo) al workshop per dare più spazio alla condivisione.  

La condivisione è il momento più delicato perché attraverso il racconto del modellino costruito i partecipanti pongono le basi del discorso collettivo innestando le dinamiche dell’ascolto attivo (cosa ben rara nelle riunioni tradizionali!). Di norma a chi racconta chiedo sempre di toccare ogni singolo mattoncino per far sì che le mani, cercando informazioni nella parte razionale, emozionale e istintiva del cervello, possano facilitare l’emergere del racconto.
Mentre enunciavo questa richiesta mi sono resa subito conto che anche l’ascolto della partecipante non vedente doveva necessariamente passare attraverso il tocco del modello. Chi avrebbe dovuto toccare il modellino, chi raccontava o chi poteva ascoltare solo con le mani?

Ancora oggi non sono in grado di dare una risposta definitiva. Ho improvvisato e ho chiesto al narratore di provare a raccontare il suo modello attraverso i pezzi che avrebbe toccato la partecipante non vedente. E così per tutto il giro di tavolo. E la cosa bella è che non è successo niente di nuovo! Tutto è scorso con la solita fluidità, proprio come è sempre accaduto nei miei precedenti workshop.
E ho ripensato alle parole di Picasso, il quale diceva che la pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente.
Chi gioca con LSP non costruisce modelli reali di cose reali, ma costruisce modelli reali di sensazioni, emozioni, idee, relazioni e riflessioni profonde.
E non importa che tu riesca e vedere o no, ciò che importa è che tu possa mettere le mani sui mattoncini!
Lo diceva già il matematico pedagogista Seymour Papert che la conoscenza è un atto di costruzione. Si costruisce attraverso l’apprendimento esperienziale di cui i mattoncini non sono altro che artefatti cognitivi che facilitano lo sviluppo dell’apprendimento e costituiscono le basi di un linguaggio universale che ingaggia tutti i partecipanti al cento per cento.
Le possibili infinite combinazioni tra mattoncini evocano differenti possibilità di trasformazione e assegnazione di significati, in altre parole ci aiutano a “vedere” ciò che non c’è, indipendentemente dalle nostre capacità.
E l’esperienza della protagonista di questa storia lo ha confermato, così ho provato a porle, a posteriori, alcune domande.

Considerata la tua partecipazione al workshop LSP, rispetto ai materiali, che tipo di rapporto si è creato tra te e i mattoncini?

“L’esperienza dei mattoncini per arrivare a costruire un progetto è stata del tutto nuova e originale per me. Li ho da sempre visti come uno strumento ludico, non come materiale di costruzione di idee, concetti. Devo dire che la cosa mi ha stimolato oltre che divertito, tanto che talmente presa dal gioco e dalla discussione per poco perdo il treno. Anche il timore iniziale di cercare di costruire qualcosa non vedendo tutti i pezzi a disposizione si è totalmente dissolto in pochissimo tempo dato che mi sono focalizzata non tanto sulla materialità a disposizione, ma sulle idee, immagini mentali che mi affioravano.”

Rispetto al gruppo di gioco, invece, che tipo di relazione si è creata tra te e gli altri partecipanti durante il workshop?

“Il gioco è stato un’ottima occasione per conoscere e farsi conoscere, abbattendo quelle barriere che una sedia, una posizione composta di ascolto, una frontalità ad una cattedra e proiettore impongono. Nel momento in cui eravamo tutti attorno ad un tavolo a cercare soluzioni si è costituito veramente il gruppo.”

Un buon facilitatore che si occupa di diversity non dovrebbe mai…

“Mai categorizzare, indirizzare le risposte e tanto meno giudicarle. Non ho mai avuto sentore di tutto ciò dal momento che la facilitatrice ha lasciato piena libertà di espressione e movimento, dettando solo come è giusto che sia in quanto variabile fondamentale, i tempi di svolgimento.
Complimenti, mi piacerebbe ripetere l’esperienza in un tempo più dilatato…”

Il tempo scorre inesorabilmente durante un workshop LEGO Serious Play, la noia non trova spazio, il desiderio di giocare incautamente prende il sopravvento, spesso non ci si conosce o ci si conosce male, eppure scatta l’empatia. Tutti i partecipanti, anche quelli più restii e diffidenti, iniziano a  raccontarsi, il facilitatore lentamente arretra e i giocatori diventano il cuore pulsante di un processo di costruzione in cui il tutto sarà sempre superiore alla somma delle parti.

 

[*Work Wide Women nasce come piattaforma di social learning che promuove la formazione femminile in ambito digitale, ma, a mio avviso, è molto di più: è un connettore di esperienze capace di intercettare le tendenze del mercato del lavoro con l’obiettivo di diminuire il tasso di disoccupazione femminile in Italia. Come potevo non sposare anche io questa mission!]
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